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IL CARICO MENTALE MATERNO:

COME SI COSTRUISCE E COME SI REDISTRIBUISCE Negli ultimi anni si parla sempre di più di carico mentale materno, un concetto che descrive non solo “quello che una madre fa”, ma tutto ciò che pensa, prevede, organizza, ricorda, anticipa. È la gestione invisibile e costante che permette al sistema familiare di funzionare, spesso senza che …

COME SI COSTRUISCE E COME SI REDISTRIBUISCE

Negli ultimi anni si parla sempre di più di carico mentale materno, un concetto che descrive non solo “quello che una madre fa”, ma tutto ciò che pensa, prevede, organizza, ricorda, anticipa. È la gestione invisibile e costante che permette al sistema familiare di funzionare, spesso senza che nessuno se ne accorga.

Ma da dove nasce questo carico? Perché sembra concentrarsi quasi sempre sulla madre? E, soprattutto, come può essere redistribuito per costruire un benessere familiare più equo?

In questo articolo parleremo di questo carico guardando non solo alla madre come individuo isolato, ma alla rete di relazioni che influenza e modella le sue responsabilità.

Negli ultimi anni si parla sempre di più di carico mentale materno, un concetto che descrive non solo “quello che una madre fa”, ma tutto ciò che pensa, prevede, organizza, ricorda, anticipa. È la gestione invisibile e costante che permette al sistema familiare di funzionare, spesso senza che nessuno se ne accorga.

Ma da dove nasce questo carico? Perché sembra concentrarsi quasi sempre sulla madre? E, soprattutto, come può essere redistribuito per costruire un benessere familiare più equo?

In questo articolo parleremo di questo carico guardando non solo alla madre come individuo isolato, ma alla rete di relazioni che influenza e modella le sue responsabilità.

Cos’è davvero il carico mentale?

Il carico mentale è l’insieme di attività cognitive ed emotive coinvolte nella gestione quotidiana della famiglia. Non riguarda solo il fare, ma il programmare, il pensare a fare.

Significa, facendo degli esempi, ricordarsi delle scadenze (vaccini, bollette, visite mediche), anticipare i bisogni dei figli, organizzare le attività familiari, prevedere problemi e trovare soluzioni; in poche parole pianificare, coordinare, supportare, regolare.

È un lavoro costante, che rimane attivo anche quando la madre si riposa fisicamente.
È una “finestra mentale” sempre aperta, come se la mente della madre fosse sempre attiva.

Il carico mentale non nasce per caso: è il risultato di dinamiche relazionali, culturali e transgenerazionali.

Dal punto di vista culturale, ci portiamo dietro ancora oggi un retaggio che associa spontaneamente alla madre l’immagine di colei che “sa cosa serve”, che “si occupa di tutto”.
Queste aspettative implicite generano una pressione invisibile: ci si aspetta che la madre sia sempre informata, responsabile, attenta.
Attraverso i ruoli familiari si ereditano poi dei modelli di ruolo come ad esempio quello della “mamma che gestisce la casa” o l’idea che “le donne sono più organizzate” o ancora il ruolo secondo il quale “il padre aiuta”, parola quest’ultima già sbilanciata in quanto la parola aiuto non coincide con la parola condivisione.

Queste narrazioni influenzano profondamente la distribuzione delle responsabilità.

A livello di coppia poi, spesso, il carico mentale aumenta perché spesso il partner delega (“dimmi cosa devo fare”), pertanto la comunicazione è sbilanciata e i ruoli non vengono negoziati. Allora spesso la madre, per evitare il conflitto o semplicemente perché crede che “nessuno possa fare come lei”, preferisce fare da sola.
Non è “colpa” di qualcuno: è un processo di funzionamento del sistema familiare.


Emotivamente molte madri interiorizzano l’idea che essere una “brava madre” significa occuparsi di tutto: chiedere aiuto equivale a fallire. Questi vissuti aumentano il senso di solitudine e fatica.


Vediamo cosi svilupparsi gli effetti del carico mentale che vanno dallo stress cronico, all’irritabilità alla sensazione di sopraffazione e ai vissuti di inadeguatezza. Si ha spesso anche una riduzione del sonno e dell’appetito. Tutto questo può avere delle conseguenze anche a livello della coppia, con conseguente calo del desiderio sessuale e l’inizio o il riacutizzarsi di tensioni.
Tutto questo non è debolezza personale ma un problema relazionale.


Come si può redistribuire il carico mentale?


La soluzione non è “fare meno”, ma cambiare il modo in cui la famiglia funziona.
Il primo passo è “nominare il carico mentale”, parlandone e rendendolo visibile. Questo porta la coppia a riconoscere il lavoro invisibile, attribuendogli valore.
È necessario poi passare dalla delega alla corresponsabilità. Il concetto di delega implica infatti che ci sia una supervisione del lavoro svolto dall’altro, contribuendo pertanto ad aumentare il carico mentale già presente. La corresponsabilità invece implica che entrambi pensino, organizzino, prevedano, decidano, con uguale peso e, appunto, responsabilità. Questo fa si che si possano ridefinire i ruoli.


E’ necessario inoltre che la madre abbandoni il pensiero magico secondo cui “è necessario fare tutto nel modo giusto”; lasciar andare il bisogno di controllo infatti è liberatorio.


Il punto di vista sistemico-relazionale


Nella terapia sistemica non si lavora solo sulla madre che “non ce la fa più”, ma sul sistema intorno a lei.
La domanda diventa:
Come funziona questa famiglia?
Non:
Cosa fa di sbagliato questa madre?


Il carico mentale è un segnale!

Dice che il sistema ha bisogno di riequilibrarsi, di ridistribuire potere e responsabilità, di comunicare meglio. Tutto questo non è una fragilità individuale ma un fenomeno relazionale. Si costruisce nel tempo attraverso ruoli, aspettative, comunicazioni implicite. E può essere trasformato solo attraverso un processo condiviso, in cui la famiglia rinegozia il proprio modo di funzionare.


Alleggerire la madre significa rafforzare l’intero sistema familiare, aumentando il benessere, la connessione e la qualità delle relazioni.

Dott.ssa Roberta Castrovillari

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